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Luglio 2009

dal 3 luglio al 12 luglio 2009, ore 21.15

IL MERCANTE DI VENEZIA

di William Shakespeare

Regia di Loredana Scaramella
Traduzione e adattamento di Loredana Scaramella
Produzione di Politeama s.r.l.

(Riposo tutti i lunedì)

Scontro etico, sociale e culturale. Conflitto fra amicizia e amore. Potere del denaro. Lealtà e giustizia. Questi i temi portanti del Mercante di Venezia. Ancora una volta Shakespeare riesce a scavalcare il limite temporale e a fornirci materia per riflettere su di noi e sul nostro presente. Venezia è un mercato frenetico, colmo di grida e attività, dove le vele delle navi biancheggiano in alto, raccolte dalle sartie. Belmonte è un’isola assolata della vicina Dalmazia, sovrastata da un impalpabile velo bianco e azzurro, un tendalino spiegato a proteggere dal sole, in un onda di musiche sognanti.

Due universi destinati ad incontrarsi: uno maschile, indaffarato a costruire ed alimentare un impero finanziario, e uno femminile, tutto volto al desiderio di inventare alternative di piacere al mondo del dovere. Mentre lo squattrinato Bassanio, ancora agitato da umori adolescenziali, trascina l’amico Antonio lungo una strada che potrebbe portarlo alla rovina, la bella Porzia aspetta invano qualcuno che la liberi dal voto paterno e che ne faccia una donna a tutti gli effetti. Il loro incontro determina l’inevitabile contaminazione di quei due mondi.

L’amore e la generosità di Porzia dovranno superare con l’intelligenza e con l’arma gentile del perdono il tradimento che l’amante compirà ai suoi danni per favorire l’amico Antonio, che proprio lei riuscirà a salvare. Diverso è l’esito della partita fra l’Ebreo e il Mercante cristiano . Una libbra di carne umana è l’immagine che segna la vicenda e disegna un ponte tra la carne e il suo simbolo, l’oro. Quando si traffica col denaro si dimentica che si sta toccando la carne degli uomini, i loro corpi e i loro destini. Anche amori, affetti, passioni in questa storia si traducono in denaro, in oro, in gioielli. E da ciò deriva il tono tragicomico dell’opera.

A Venezia è la classe dei mercanti ad essere “principesca” e il commercio è la loro zona di eccellenza; l’aristocrazia si occupa di tutelare quella classe con leggi che ne difendano gli affari e arricchiscano la città. La Repubblica si dimostra perciò tollerante con gli stranieri, ed offre ospitalità al mondo eterogeneo dell’epoca. Venezia ieri, come New York, Londra, Parigi oggi. Ma quando uno straniero tocca i privilegi di un mercante anche rispettando la legge e portandola alle sue estreme, paradossali conseguenze, allora la legge vorrebbe flettersi alla necessità di salvare il Mercante.

La giustizia cristiana e cattolica si accanisce sulla libbra di carne, cerca con tutti i mezzi di riportarla al suo significato simbolico, di trasformarla in denaro. Ma fallisce. L’etica inflessibile dell’Ebreo Shylock, che non conosce mediazione né perdono, punta il dito sulla parzialità della legge veneziana che risulta troppo elastica nelle sue sentenze e assai poco affidabile. Il diritto e la clemenza si mostrano insufficienti a placarlo. A trovare la soluzione è una donna, che comprende di poter vincere sulle ragioni legittime dell’ebreo proprio “usando” con determinazione e senza deroghe la legge stessa, applicandola alla lettera.

L’uscita di scena dell’ebreo segna così l’inizio della moderna, proteiforme legalità. Shylock se ne va sconfitto e solo. In silenzio torna alla sua condizione di “ibril”, colui che vive al di là del fiume, l’Altro in tutte le sue accezioni: lo straniero.

REGIA Loredana Scaramella
TRADUZIONE E ADATTAMENTO Loredana Scaramella
AIUTO ALLA REGIA Ivan Olivieri
MOVIMENTI DI SCENA
E ASSISTENTE ALLA REGIA Alberto Bellandi
COSTUMI Marco Calandra
MUSICHE A CURA DI Stefano Fresi
ESEGUITE DAL VIVO DA Katia Onofri, Pierluigi Vagnoni e Stefano Maiorana
PRODUZIONE Politeama Srl


Interpreti

NERISSA Elisa Amore
LORENZO Alessandro D’Acrissa
SOLANIO, ARAGONA Alessandro Federico
BALDASSARRE, MAROCCO Paolo Giangrasso
GESSICA Gloria Gulino
TUBAL, DOGE, GOBBO Roberto Mantovani
GRAZIANO Federigo Ceci
ANTONIO Danilo Nigrelli
SALERIO Ivan Olivieri
SHYLOCK Carlo Ragone
BASSANIO Mauro Santopietro
PORZIA Loredana Scaramella
LANCILLOTTO Federico Tolardo

dal 14 luglio al 22 luglio 2009, ore 21.15

TROPPU TRAFFICU PPI NENTI

di Andrea Camilleri e Giuseppe Dipasquale

Regia di Giuseppe Dipasquale
Produzione di Teatro Stabile di Catania

(Riposo tutti i lunedì)

Michele Agnolo (o Michelangelo) Florio (Scrollalanza dal lato materno) (n. 1564?), di origine quacquera, visse parte della sua vita, sfuggendo alle persecuzioni religiose, nelle isole Eolie, a Messina, a Venezia, a Verona, a Stratford e a Londra. Fu autore di molte tragedie e commedie ambientate nei luoghi suddetti, che dimostrava di ben conoscere, così come dimostrava di ben conoscere la lingua italiana ed il teatro italiano, nonché di avere una buona dimestichezza con la scena italiana.

Alcune sue opere rinvenute sembrano essere la versione originaria di altre ben note opere attribuite a Shakespeare, come "Troppu trafficu pì nnenti", scritta in messinese, che potrebbe essere l’originale di "Troppo rumore per nulla" di Shakespeare, apparsa 50 anni dopo. Fuggendo con la famiglia, si trovò a vivere per un certo periodo a Venezia, ove pare che un suo vicino di casa, moro, uccidesse per gelosia la propria moglie. Su ispirazione di questa storia scrisse una tragedia: così come Sheakespeare scrisse successivamente l’"Otello".

Sempre fuggendo per la persecuzione religiosa, arrivò a Stratford, ove fu ospite di un oste guitto e ubriacone, forse parente della madre, che lo prese a benvolere come figlio, soprattutto perché gli ricordava il proprio figlio, William, che era morto. L’oste prese a chiamarlo affettuosamente "William". A questo punto bastava tradurre in inglese il cognome della madre (da "Scrolla lanza" o "scrolla la lancia" in "shake the speare" o "shake speare") ed ecco il nuovo cognome "Shakespeare".

Nasce così WILLIAM SHAKESPEARE, non più perseguibile come quacquero fuggiasco, ma costretto a tenere il mistero sulla sua vera identità e le sue origini. Forse l’oste suo parente era già uno "Scrollalanza" che aveva tradotto il suo cognome, per cui il compianto figlio, già si era chiamato William Shakespeare. Nelle ricostruzioni biografiche successive il grande drammaturgo verrà ritenuto essere il terzo degli otto figli di John Shakespeare.

Venuto improvvisamente dal nulla, senza luogo né data di nascita, ed impostosi prepotentemente, soprattutto a Londra, alla ribalta quale drammaturgo ed attore, genera presto curiosità e scalpore, che lo inducono ad accentuare il mistero, per non essere scoperto dai suoi persecutori. Se davvero Shakespeare fosse siciliano? Ci piacerebbe, per spirito di patria, poterlo credere, ma la storia, si sa, non la si fa coi se! Tuttavia, immaginiamo una Messina in mezzo al mediterraneo così come Shakespeare se la poteva immaginare: esotica, viva, crocevia di magheggi, che avrebbero fatto di una festa nuziale il complicato intreccio per una giostra degli intrichi.

Immaginiamola seguendo con le orecchie la parlata di quei personaggi che nel vivo di un dialetto carico di umori e ambiguità, dipana le trame di una vicenda originariamente semplice, ma dai risvolti complicatissimi. Immaginiamo che tutto ciò sia il frutto di un carattere tipicamente mediterraneo, se non propriamente siciliano ed ecco che potremo anche credere, anche solo per una volta, che William Shakespeare, di Stratford- on Avon , sia potuto essere quel tale Michele Angelo Florio Crollalanza partito in fuga da Messina.

Poiché non c’è nulla di meravigliosamente siciliano che il potere complicare, da un dato semplice, una vicenda fino a farla diventare surreale. Moravia amava marcare con Leonardo Sciascia la differenza tra un siciliano e un milanese: un milanese tende a rendere essenziali anche le cose più complesse, un siciliano, diceva Moravia a Sciascia, rende complicate anche le cose più semplici. Ecco, questo Troppu trafficu ppi nenti è il modello eterno di un carattere terribilmente semplice, come quello siciliano, che ama complicarsi l’esistenza in un continuo arrovugliarsi su se stesso.

Merito particolare di questa creazione, la lingua siciliana illustre ricostruita nelle sue scaturigini più nobili, con qualche spazio per la modernità del proverbiare e scelte fonetiche che appaiono insolite oggi, ma che dovevano essere consuete in corti dove il latino era la lingua diplomatica. Solennità di portamento e dizione rotonda per tutti tranne nei riquadri burleschi che il Bardo inframmetteva anche nelle più cupe storie per stemperarne l'amaro.

Allora (nell'episodio della ronda notturna) si sprigiona l'umor faceto di tre guardie dai modi levantini, dal linguaggio misto di assonanze orientali e di comiche caricature espressive. Per il resto è teatro di parola, in cui espressioni arcaiche danno lo spessore di una cultura antica di secoli ai più ignota, di avere esitato a montare la macchina degli inganni che poi non vengono neanche mostrati: non casualmente il regista ha proposto la scena del balcone che l'originale riserva a un veloce racconto pur essendo il perno di tutto, falciando invece tra i frondosi dialoghi che talora fanno sfuggire i caratteri.  

REGIA E SCENE Giuseppe Dipasquale
COSTUMI Giuseppe Andolfo
MUSICHE Massimiliano Pace
COREOGRAFIE Donatella Capraro
LUCI Franco Buzzanca
PRODUZIONE Teatro Stabile di Catania

Interpreti

DON GIUVANNI BASTARDU Filippo Brazzaventre
ERU Valeria Contadino
BIATRICI Alessandra Costanzo
BORRACCIU Riccardo Maria Tarci
CARRUBBA Mimmo Mignemi
CLAUDIU Plinio Milazzo
DON PETRU Pietro Montandon
LIONATU Gian Paolo Poddighe
ORSOLA Raniela Ragonese
MARGHERITA Chiara Seminara
FRATI CICCIO, UN CANCILLERI, MESSU Sergio Seminara
CORRADU Toni Lo Presti
SORBA  Aldo Toscano
BINIDITTU Angelo Tosto
UNA GUARDIA  Giovanni Vasta

 

dal 24 luglio al 2 Agosto 2009, ore 21.15

SOGNO DI UNA NOTTE DI MEZZA ESTATE

di William Shakespeare

Regia di Riccardo Cavallo
Traduzione di Simonetta Traversetti
Produzione di Politeama srl

(Riposo tutti i lunedì)

La notte di mezz’estate è una notte magica e il titolo ne svela immediatamente l’atmosfera onirica, irreale anche se, come viene precisato, la notte in cui si svolge gran parte dell’azione è quella del calendimaggio, la celebrazione del risveglio della natura in primavera e non in estate. E’ comunque l’augurio di un risveglio gioioso. Ma è davvero così? Tre mondi si contrappongono: il mondo della realtà (quello di Teseo, Ippolita e della corte), il mondo della realtà teatrale (gli artigiani che si preparano alla rappresentazione) e il mondo della fantasia (quello degli spiriti, delle ombre). Ma i sogni alle volte possono trasformarsi in incubi: il dissidio fra Oberon e Titania che rivela a un certo punto un terribile sconvolgimento nel corso stesso delle stagioni, il rapporto tra Teseo e Ippolita, il conquistatore e la sua preda, la brutalità di certi insulti che gli amanti si scambiano sotto l’influsso delle magie di Puck.
 “Sogno di una notte di mezza estate”, scritta in occasione di un matrimonio, è come una serie di scatole cinesi. All’esterno dell’opera ci sono la sposa, lo sposo e il pubblico, all’interno le coppie, Teseo e Ippolita, Titania e Oberon e i quattro innamorati e nell’opera dentro l’opera, i teatranti, la vicenda di Piramo e Tisbe. In questo mondo stregato domina il capriccio, il dispotismo di Oberon che attraverso Puck gioca con i mortali e con Titania, per imporre il suo dominio. Si compie quindi su Titania quella violenza che Teseo compie su Ippolita e che Egeo vorrebbe compiere sulla figlia costringendola a un matrimonio che respinge. Si noti la sequenza degli scambi fra gli amanti. Si inizia con Ermia che ama Lisandro e con Elena che ama Demetrio, ma quest’ultimo con l’appoggio di Egeo, padre di lei, vuole invece conquistare Ermia. Si passa, attraverso l’intervento “magico” di Puck, al folle girotondo in cui Ermia insegue Lisandro, Lisandro Elena, Elena Demetrio e Demetrio Ermia. E non è finita. Perché Ermia, alla quale dapprincipio aspiravano entrambi i giovani, sarà abbandonata da tutti e due, innamorati ora di Elena, e solo nel quarto atto dopo un nuovo intervento di Puck, si avrà la conclusione in cui gli amanti formeranno davvero due coppie.

La grandezza di Shakespeare sta nell’aver saputo coinvolgere tre mondi diversi, ciascuno con un suo distinto linguaggio: quello delle fate che alterna al verso sciolto, canzoni e filastrocche, quello degli amanti dominato dalle liriche d’amore e quello degli artigiani, nel quale la prosa di ogni giorno è interrotta dalla goffa parodia del verso aulico.
Il mondo è folle e folle è l’amore. In questa grande follia della natura, l’attimo di felicità è breve. Un richiamo alla malinconia che accompagna tutta la vicenda.

REGIA Riccardo Cavallo
TRADUZIONE Simonetta Traversetti
COSTUMI Manola Romagnoli
SCENE Silvia Caringi e Omar Toni
PRODUZIONE Politeama Srl

Interpreti

TESEO, DUCA D’ATENE Nicola D’Eramo
IPPOLITA, REGINA DELLE AMAZZONI Alessandra Korompai
EGEO, PADRE DI ERMIA Roberto Attias
ERMIA Valentina Marziali
DEMETRIO Marco Paparella
LISANDRO, INNAMORATO DI ERMIA Daniele Grassetti
ELENA Federica Bern
PETER QUINCE Marco Simeoli
NICK, BOTTOM Gerolamo Alchieri
FRANCIS, FLUT Roberto Stocchi
TOM, SNAOUT Claudio Pallottini
SNUG Roberto Della Casa
PUCK Fabio Grossi
FAIRY Cristina Noci
OBERON, RE DEGLI ELFI Gianni De Feo
TITANIA, REGINA DELLE FATE Claudia Balboni
MAESTRO DI CERIMONIE Fabrizio Amicucci

Villa Borghese

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